Il colore e l’ombra. La trasparenza da Aristotele a Cézanne (Il Mulino, Bologna 2019).

22 giugno 2021, ore 10,30

Stefano Poggi, (già università di Firenze)

ne discutono con l’autore
Pina De Luca, Francesca Dell’Acqua, Stefania Zuliani
Coordina Clementina Cantillo

Perché l’immagine cattura il nostro sguardo? Cosa si cela dietro l’apparenza dell’opera? É possibile penetrare il “mistero” della trasparenza, cui l’arte allude? Nell’unione di tecnica e ispirazione artistica, maestrìa e creatività, da Aristotele a Cezanne l’opera d’arte ha posto la questione del complesso rapporto tra arte e realtà, illusione e verità. Tra esse, i nostri occhi che guardano, secondo i meccanismi della visione, ma anche interpretano e costruiscono, in un gioco circolare di colori e riflessi, luci e ombre, superfici e profondità, che acuisce la vista e al tempo stesso la “distorce”, proiettandola in un “altrove”. Lungo l’arco dei secoli fino alle soglie dell’astrattismo, pittura, filosofia e scienza hanno esercitato il proprio peculiare sguardo, trasformando la materia inerte da cui è composto l’“oggetto” artistico in qualcosa di dotato di senso, portatore di significati. Con ciò configurando percorsi diversi ma anche profondamente intrecciati.
Stefano Poggi è stato Professore Ordinario di Storia della filosofia all’Università di Firenze, Presidente nazionale della Società Filosofica Italiana e Presidente del Gruppo di ricerca ANVUR per la valutazione dell’area umanistica. Studioso di prestigio internazionale, è autore di numerosi volumi, in particolare per il Mulino e per Raffaello Cortina. La sua ricerca allarga l’indagine storico-filosofica ad ambiti quali la scienza, la letteratura e l’arte, studiandone l’intreccio in alcuni momenti principali della storia del pensiero moderno e primo-novecentesco. Su questa linea si collocano gli ultimi suoi volumi editi per il Mulino: L’anima e il cristallo. Alle radici dell’arte astratta (2014) e Il colore e l’ombra. La trasparenza da Aristotele a Cézanne (2019).

Musei in Europa negli anni tra le due guerre. La Conferenza di Madrid del 1934: un dibattito internazionale

22 giugno 2021, ore 15,30

Elena Dellapiana, Maria Beatrice Failla, Franca Varallo (Politecnico e Università di Torino)

Discussant Antonella Trotta, Stefania Zuliani

La riflessione sulla Conferenza di Madrid del 1934 e sul dibattito museologico negli anni tra le due guerre ha preso avvio con un progetto di ricerca interdisciplinare tra l’Università e il Politecnico di Torino, dove storici dell’arte e storici dell’architettura si sono confrontati su temi che spesso non prevedono un dialogo interdisciplinare. Uno dei primi esiti del progetto è stata una call internazionale finalizzata all’organizzazione di un convegno sui musei in Europa negli anni Venti e Trenta capace di una riflessione allargata che, tenendo al centro i temi dell’incontro spagnolo, sapesse guardare ai problemi allestitivi e organizzativi delle istituzioni, al ruolo di architetti e storici dell’arte, nonché alle scelte di politica culturale. Contestualmente al convegno, tenutosi nel febbraio del 2018, si è presa la decisione di pubblicare, insieme agli atti che qui presentiamo dopo una lunga gestazione, anche l’edizione anastatica della conferenza Museographie, architecture et aménagement de musées d’art, edita nel 1935 a cura dell’Istituto Internazionale di Cooperazione Intellettuale, corredata di nuovi indici che consentono una fruizione incrociata e permettono finalmente di collegare il ricchissimo apparato iconografico con i diversi interventi. A giustificare una simile decisione, impegnativa sia sul piano realizzativo sia su quello economico, è stata la convinzione che un’opera di tale importanza per gli storici dell’arte, storici del museo e dell’architettura, peraltro poco presente e consultabile perlomeno nelle biblioteche italiane, dovesse essere riproposta dotata degli strumenti necessari per rendere facilmente accessibile la miriade di dati storici, tecnici e critici disseminati nei contributi, senza rinunciare alla fisicità dell’oggetto libro, indispensabile per non perdere l’efficacia visiva, ma anche storica dei due raffinati e ponderosi volumi. Il risultato del convegno e del progetto editoriale, ancora lungi dal proporre un bilancio definitivo, apre piuttosto ulteriori linee di ricerca, tutte promettenti, che mettono in luce territori ibridi che hanno visto -e permettono di intravvedere- la fusione tra competenze umanistiche e tecniche, ai due estremi, e suggeriscono come tutti i punti di contatto che si sono sperimentati, più o meno consapevolmente, negli anni tra le due guerre possano essere spunti di grande interesse nella contemporaneità.

Ritratti di re. Strategia delle immagini a Napoli nel Quattrocento

23 giugno 2021, ore 10,30

Donato Salvatore (Università di Salerno)

La crescente attenzione degli studi sull’arte meridionale del Quattrocento offre l’opportunità di riflettere con più ampia consapevolezza sulle circostanze e le finalità di una specifica produzione figurativa durante gli anni del regno aragonese di Napoli: quella dei ritratti e, in particolare, dei ritratti dei sovrani della casa d’Aragona. La funzione del ritratto figurativo come strumento di celebrazione, omaggio, memoria, nonché come efficace modello di trasmissione di esemplari virtù umane e politiche è stata magistralmente affrontata, in una prospettiva di lungo periodo, dal cruciale saggio di Enrico Castelnuovo, Il significato del ritratto pittorico nella società, pubblicato nel 1975, nella Storia d’Italia Einaudi e più recentemente riedito come volume autonomo (2015). Tenendo fermi gli essenziali indirizzi di metodo, si vuole qui restringere il campo d’indagine alla ritrattistica ufficiale dei sovrani napoletani del quindicesimo secolo con l’obiettivo di lasciare emergere la qualità della produzione, le personalità degli artisti coinvolti e il rapporto che, di volta in volta, si instaura con la committenza.
Nella varietà di forme, materiali e tecniche della ritrattistica meridionale di età aragonese, pur nei limiti di un giudizio fortemente condizionato dalla perdita di numerose opere – cui solo parzialmente suppliscono le fonti della letteratura artistica -, la produzione plastica sembra prevalere su quella pittorica, mentre la caratterizzazione individuale – non esente, tuttavia, da esempi di incerta riconoscibilità – fa premio sulla idealizzazione tipologica.
Concezione, realizzazione e fruizione, spesso consapevolmente orientata, del ritratto e il ruolo essenziale che riveste la prevista collocazione originaria dell’immagine del sovrano, se correttamente indagati, forniscono indizi particolarmente significativi delle strategie culturali, politiche e dinastiche che i regnanti d’Aragona intendevano perseguire e, come tali, rappresentano un valido strumento interpretativo non solo delle finalità sociali dell’arte, ma, più in generale, delle vicende storiche quattrocentesche del regno di Napoli.
Donato Salvatore è docente di Storia dell’arte moderna presso il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e Presidente del Consiglio Didattico di Beni Culturali dello stesso Dipartimento. È componente del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca in Metodi e Metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica. È autore di numerosi contributi dedicati, in particolare, alla pittura del Quattrocento e del primo Cinquecento nell’Italia meridionale e a Roma e condirettore, con Loredana Lorizzo e Adriano Amendola, della Collana di Studi in Storia delle Arti ‘Vedere e rivedere’, presso la casa editrice De Luca Editori d’Arte di Roma.

Iconophilia. Questioni, sentieri di ricerca, risultati

23 giugno 2021, ore 15,30

Francesca Dell’Acqua (Università di Salerno)

Tra la fine del VII e la metà del IX secolo, un dibattito sulle immagini sacre coinvolse monaci, imperatori e papi nell’area mediterranea e sul continente europeo. L’importanza di questo dibattito non può essere sopravvalutata in quanto ha sfidato una relazione tra immagine, testo e fede consolidata da secoli di pratiche devozionali e liturgiche. In questo periodo, una serie di papi, alcuni dei quali di origine orientale, furono fermamente favorevoli alle immagini sacre e agirono in modo coerente nel mostrare una perdurante iconophilia o “amore per le immagini”, sfidando apertamente sia l’imperatore bizantino, sia quello franco, dai quali pure dipendevano a livello politico. Attingendo alla testimonianza di testi e di esempi di cultura materiale del periodo – alcuni dei quali mai prima discussi in relazione alla controversia iconoclasta – e considerando il ruolo dello scambio orale di idee, la lezione illustrerà come il dibattito sulle immagini sacre e altre coeve controversie teologiche abbiano avuto un impatto sulla cultura teologica ma anche figurativa e letteraria a Roma e nell’Italia centrale. Questi temi verranno illustrati sullo sfondo della ‘costruzione’ di un lungo percorso di ricerca sfociato in una monografia, intitolata Iconophilia e apparsa nel 2020.
Francesca Dell’Acqua è Professore Associato di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università di Salerno. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa con Enrico Castelnuovo. È interessata all’interazione tra testi, oggetti e credenze nel Mediterraneo altomedievale, che studia con un approccio trans-disciplinare. Ha ottenuto borse di studio presso prestigiosi centri di ricerca tra cui l’American Academy in Rome, il Dumbarton Oaks Centre for Bizantine Studies e il Center for Bizantine, Ottoman, and Modern Greek Studies dell’Università di Birmingham come Marie Skłodowska Curie Fellow della Commissione Europea.La sua prima monografia (Illuminando colorat. La vetrata tra l’età tardo imperiale e l’alto Medioevo: le fonti, l’archeologia. Spoleto, Fondazione CISAM, 2003) le è valsa il Premio Hanno e Ilse Hahn della Bibliotheca Hertziana/Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma. Nel 2016 ha curato con A. Cutler, H. L. Kessler, A. Shalem, G. Wolf, il volume The Salerno Ivories. Objects, Histories, Contexts, Berlin, Dietrich Reimer Verlag.

Teatro e iconografia. Questioni di metodo e exempla

24 giugno 2021, ore 10,30

Renzo Guardenti (Università di Firenze)

Discussant Isabella Innamorati

L’iconografia teatrale è uno dei più importanti vettori di indagine delle Discipline dello spettacolo. Partendo da una ricognizione di carattere metodologico, finalizzata all’individuazione delle principali tipologie iconografiche e delle modalità mediante le quali si declina il rapporto tra teatro e arti figurative, l’intervento intende mettere in evidenza di valore testimoniale di tali fonti proponendo alcuni exempla significativi disposti in una diacronia di lunga durata, altamente rappresentativi di specifiche forme dello spettacolo, di pratiche sceniche e attoriche, di strategie promozionali per mezzo delle immagini.
Renzo Guardenti insegna Discipline dello Spettacolo presso il Corso di Laurea Triennale e Magistrale DAMS dell’Università di Firenze. E’ responsabile Scientifico dell’Archivio digitale di iconografia teatrale Dionysos e Direttore della collana Quaderni di Dionysos presso Bulzoni editore. Ha rivolto le sue ricerche all’iconografia teatrale, alla Commedia dell’Arte in Francia, ai teatri delle fiere parigine di Saint-Germain e di Saint Laurent, ai grandi attori europei dell’Ottocento, in particolare a Eleonora Duse e Sarah Bernhardt. E’ autore di numerose pubblicazioni, anche presso editori stranieri quali Cambridge University Press, Bordas, Presses Universitaires de Lyon; ha partecipato e organizzato numerosi convegni nazionali e internazionali. Ha curato la mostra Dall’Archivio di Andres Neumann, Pistoia, Centro Culturale il Funaro, 21-23 ottobre 2011. Ha curato la drammaturgia dello spettacolo Quel che ho visto e udito. Omaggio a Ingeborg Bachmann, regia di Fabrizio Crisafulli, Zoom Festival 2012, Scandicci, Teatro Studio, 12 novembre 2012.

Il Parco Archeologico del Molinete a Cartagena (Spagna): un progetto integrato per la gestione del patrimonio archeologico

29 giugno 2021, ore 10,30

José Miguel Noguera Celdrán (Università di Murcia)

Discussant Anna Santucci

Tra il 2008 e il 2021 si è sviluppato a Cartagena il progetto Parco Archeologico del Molinete, che occupa la collina del Molinete e il suo versante sud-est (26.000 m2 in totale). È un progetto integrato di Archeologia, secondo i principi di ricerca, conservazione-restauro e socializzazione. Le indagini effettuate sulla sommità del colle e sul versante sud-est documentano una sequenza stratigrafica che va dal III sec. a.C. al XX secolo, consentendo di tracciare il quadro evolutivo della lunga storia archeologica della città, documentata per la fase romana dal Foro della colonia e dalla sequenza monumentale di edifici pubblici e semipubblici quali le Terme del Porto, l’Edificio dell’Atrio, il Santuario di Iside. Il Museo Foro Romano, recentemente inaugurato e trasformato nel nuovo ingresso al parco, espone una selezione di materiali utili a spiegare questo lungo periodo storico. Un team di conservatori-restauratori coopera con gli archeologi per garantire lo stato di conservazione del patrimonio recuperato e la sua corretta musealizzazione. Il parco svolge un ruolo essenziale nel rinnovamento urbano ed economico del centro storico di Cartagena.
José Miguel Noguera Celdrán è Professore Ordinario di Archeologia presso l’Università di Murcia, di cui ha diretto il Dipartimento di Preistoria, Archeologia, Storia Antica, Storia Medievale e Scienze e Tecniche Storiografiche (2010-13).È socio ordinario dell’Istituto Archeologico Germanico e membro di numerosi comitati scientifici nazionali e internazionali di istituzioni, progetti di ricerca e riviste scientifiche (tra gli altri, Istituto Archeologico Germanico di Madrid; Centro Romano-Islamico dell’Università di Amburgo; Reuniones sobre Escultura Romana en Hispania; Madrider Mitteilungen). Dirige la collana internazionale Corpus Signorum Imperii Romani-Spagna e la rivista Archivo Español de Arqueología (con la serie monografica Anejos de Archivo Español de Arqueología). È Responsabile a livello nazionale dell’area Archeologia presso l’Agenzia Statale per la Ricerca del Ministero della Ricerca; promotore del Museo Nazionale di Archeologia Subacquea a Cartagena; co-direttore del Parco Archeologico del Molinete di Cartagena.
Dirige il gruppo di ricerca per l’Arqueología histórica y patrimonio del Mediterráneo occidental (E041-08), cui afferiscono vari progetti di scavo, gestione e valorizzazione del patrimonio archeologico (tra cui Parco Archeologico del Molinete, Cartagena; Insediamento e necropoli iberica di Coimbra, Barranco Ancho-Jumilla, Murcia; Sito archeologico di Santo Stefano, Murcia) nonché editoriali di taglio tematico (Perduración, reutilización y transformación en Carthago Nova, Valentia y Lucentum; Corpus Signorum Imperii Romani-España).I suoi principali ambiti di ricerca interessano: la scultura romana, la romanizzazione del mondo iberico, le città ispano-romane (Carthago Nova), l’archeologia del paesaggio e dell’ambiente rurale romano, l’archeologia e il patrimonio archeologico.Per ulteriori informazioni: https://www.um.es/arhis/jose-miguel-noguera-celdran/

Canova e l’antico

29 giugno 2021, ore 15,30

Maria Elisa Micheli (Università Carlo Bo di Urbino)

Discussant Anna Santucci

Le antiquitates collezionate da Canova e collocate sulle pareti esterne del suo studio in Campo Marzio non corrispondono ad una particolare lettura o interpretazione della classicità. Piuttosto, danno visibilità e credito al nuovo corso della scienza archeologica che «giova alle Belle Arti e convalida la storia» e riescono a riassumerne il significato, assunto nel motto «in apricum proferet» della Libera Accademia di Archeologia, di cui Canova fu presidente. Benché per formazione culturale lo scultore padroneggiasse conoscenze di mitologia, di iconografia classica e dei principali testi d’antiquaria, muovendosi con proprietà e disinvoltura nel rapporto con l’antico, la sensibilità di Canova verso gli antichi frammenti appare correlata al suo modo di lavorare, che lo spinge verso le opere in plastica. L’esibizione dei marmi come ornamenta apta all’esterno dello studio sembra ricomporre un dialogo con il passato classico e i suoi precetti formali ed etici, denunciando la volontà dell’artista di reinventare una sua antichità e di ribadire al contempo il suo ruolo di funzionario di Stato.
Maria Elisa Micheli è professore ordinario di Archeologia Classica e Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici (DISTUM) nell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.È stata componente di comitati scientifici per mostre e celebrazioni di rilevanza internazionale (L’Idea del Bello. Viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori; Luigi Lanzi 1810-2010; J.J. Winckelmann nel biennio 2017/18; Canova e l’Antico); ha partecipato a progetti di ricerca europei (Archeologia, collezionismo e commercio antiquario tra Italia e Spagna, XVI-XIX secolo; Beni Culturali e Net Economy; Proyecto Marmora. Innovaciones en el Estudio Arqueológico y Arqueométrico del Uso de los Marmora en la Baetica: Arquitectura, Escultura, Epigrafía) e diretto progetti MIUR-PRIN (Luce crea luce).È membro del Consiglio Scientifico della Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA), dove insegna Archeologia e Storia dell’Arte Greca. Partecipa al comitato scientifico di numerose riviste (Symbolae Antiquariae; Itálica; SPAL. Revista de Prehistoria y Arqueología de la Universidad de Sevilla; Eidola; Prospettiva; Mousai). Le sue ricerche interessano: la sopravvivenza dell’antico e la storia del collezionismo di antichità classiche; la trasmissione di motivi del patrimonio formale greco di età classica nella cultura figurativa romana, con particolare riguardo alla plastica; le produzioni suntuarie e la glittica greca e romana; la coroplastica greca e romana; l’instrumentum domesticum bronzeo di età romana; il patrimonio culturale negli aspetti di conservazione, valorizzazione e tutela.

Robert Wilson: la scena della visione

30 giugno 2021, h. 10.30

Annamaria Sapienza (Università di Salerno)

Robert Wilson è un artista visivo decisamente trasversale, che ha segnato un paradigma importante nella storia dello spettacolo del secondo Novecento. Architetto, pittore, scenografo e videomaker, da sempre declina la costruzione dei suoi spettacoli secondo una idea composita di “visione” che assume come unità di misura il dialogo tra le arti e i linguaggi del contemporaneo, conferendo di particolari significati la relazione attore-spettatore. L’incontro intende evidenziare i nuclei tematici della ricerca artistica di Wilson alla luce delle intersezioni con altri campi di indagine, affrontando gli esempi novecenteschi più emblematici, con particolare riferimento ai concetti di spazio, tempo e azione che definiscono la scena teatrale come campo di possibilità
Annamaria Sapienza è professore associato di Discipline dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Salerno e membro del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca in Metodi e Metodologie della Ricerca Archeologica e Storico-Artistica. Insegna Storia del Teatro alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Napoli ed è membro dei comitati scientifici della Fondazione “Eduardo De Filippo”, del Centro Internazionale di ricerca sull’attore “Icra Project”, di varie riviste di settore e collane editoriali. È co-direttrice della rubrica di studi teatrali “Rifrazioni” (“Sinestesieonline”) e socio del Coordinamento Nazionale “Teatro in Carcere”. Si occupa prevalentemente di teatro moderno e contemporaneo, teatro napoletano, teatro sociale e di comunità.

« Frater Baptista est homo Dei » : il pittore, il principe e il predicatore, ovvero della Storia e delle Immagini.
Riflessioni storico-artistiche di un medievista, a partire da alcune testimonianze sabaude (primi decenni del Quattrocento)

30 giugno 2021, h. 15.30

Guido Castelnuovo (Università di Avignone)

Discussant: Carlo Ginzburg, Francesca Dell’Acqua

Prendendo spunto da una testimonianza giudiziaria in favore di un predicatore itinerante, Battista da Mantova, arrestato a Ginevra nel 1431 e strenuamente difeso anche da Giacomo Jaquerio, pittore di corte dei principi sabaudi, il seminario intende presentare una serie di fonti storico-artistiche relative ai primi decenni del Quattrocento alpino e, da lì, riflettere su alcuni temi trasversali, fra testi e immagini.
Parte di essi sono da anni oggetto di dibattiti e di approfondimenti (l’habitus dell’artista e i suoi profili sociali, i suoi networks professionali e i suoi rapporti con il mecenatismo principesco e di corte), altri sembrano essere stati a lungo lasciati da parte, conseguenza secondaria, forse, di scelte storiografiche di vario tipo: la religiosità individuale dell’artista, le sue capacità anche manageriali, i livelli di autonomia creativa di fronte alle richieste – o alle domande – dei suoi patroni e mecenati. Il seminario- dibattito potrà essere una bella occasione di associare riflessioni metodologiche e case-studies concreti, con lo scopo di riflettere attorno almodo di vivere, di pensare e di comportarsi di artisti, di principi e di committenti nell’Europa del gotico interzionale.
Guido Castelnuovo (Torino, 1963), è professore ordinario di storia medievale presso l’università di Avignone e direttore delle Éditions universitaires d’Avignon. Specialiste delle società politiche della fine del medioevo, i suoi studi riguardano tanto i mondi principeschi del Tre e del Quattrocento (documentazione, corti, élites, culture scritte e artistiche) quanto la storia culturale, ideologica e sociale delle nobiltà dell’Italia cittadina e signorile fra il XIII e il XVI secolo.

Arte e follia. La collezione Hans Prinzhorn

1 luglio 2012, h. 10,30

Maria Passaro (Università di Salerno)

L’arte primitiva, gli schizzi infantili sono i grandi modelli di riferimento per l’arte del Novecento. A questi si affianca l’arte dei malati di mente. Ignorata fino a quel momento o vista soltanto in termini diagnostici, nei primi decenni del XX era pronta per una nuova attenzione da parte degli artisti che hanno cercato di adattarla ai loro fini: come sfida intrinsecamente espressiva e audace alle convenzioni in arte.In questa prospettiva centrale è la collezione di Hans Prinzhorn. Medico e storico dell’arte che ha pubblicato nel 1923, Bildnerei der Geisteskranken. Prinzhorn aveva impostato la sua ricerca in un modo che interesserà tanti artisti del Novecento. Prinzhorn lavora dal 1918 nella Clinica di Heidelberg e, qui, il medico e storico dell’arte ha studiato e formato la collezione: circa 4.500 opere di 435 pazienti ricoverati, la maggior parte schizofrenici. Nel 2001 è nato il Museum Sammlung Prinzhorn all’interno dell’ex edificio dell’aula universitaria della clinica di neurologia di Heidelberg. Un’iniziativa che dimostra come cresca sempre di più l’interesse per la riscoperta di queste forme di arte.Si parlerà di una storia dell’arte che mostra il suo lato oscuro, irregolare, mai innocente. Di esperienze che invocano la capacità visionaria necessaria per riformare l’arte su principi diversi e che attraverso l’espressione, il gioco, l’ordine strutturato, i sistemi simbolici mostrano il significato della follia creatrice dell’arte del Novecento.
Maria Passaro insegna Storia dell’arte contemporanea, Fonti e linguaggi dell’arte contemporanea e Storia della Fotografia all’Università di Salerno. Studiosa delle Avanguardie storiche e dell’Espressionismo tedesco, in particolare dei motivi connessi alla sua diffusione negli States. Ha tradotto e curato le edizioni italiane degli scritti di artisti del Novecento classico, teorici dell’astrazione in pittura. Tra i suoi libri più noti, L’arte espressionista. Teoria e critica (Einaudi 2009) Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano in fuga da Hitler (il Mulino 2018). È membro della Vereinigung der Kunsthistorikerinnen und Kunsthistoriker della Svizzera.

Eventi passati

Dottorandi XXXVI ciclo: presentazione delle ricerche

25 maggio 2021 ore 9,30

Curriculum archeologia e sistemi territoriali:

 

9,30 Oriana Cerbone, La carta archeologica dell’alta valle del Tammaro per la pianificazione e la governance territoriale delle aree interne.

 

9,50 Michele Pellegrino, Paesaggi culturali e archeologia dell’Alta Irpinia: conoscenza, sostenibilità, partecipazione

 

10,10 Calogero Ivan Tornese, Κτίσεις. Studio sul contributo dell’archeologia alla definizione del fenomeno coloniale greco in Occidente (VIII-VII sec. a.C.) con un focus sul caso di Sibari

 

10,30 José Carlos Alemán Il santuario di Atargatis a Carthago Nova. Un imponente complesso scenografico nel Mediterraneo tardo repubblicano.”

 

10, 50 Cristina Casalnuovo, “Paestum in context: nuove teconolgie per la ricerca, la tutela e la fruisione dei contesti tra età repubblicana ed età augustea”

 

 

Curriculum storia dell’arte archeologia e linguaggi dell’immagine

 

11,30  Lucrezia Not, Per una nuova prospettiva storico-artistica: l’incidenza delle traduzioni di autori warburghiani in Italia.

 

11,50 Giada Policicchio, Le mostre d’arte antica in Italia e la riscoperta del Seicento (1861-1938)

 

12,10 Mario Perna, Territori di confine: Edward Gordon Craig tra teatro e arti visive.

 

12,30  Peng Wang, Il Padiglione della Repubblica Popolare Cinese alla Biennale di Venezia (1993-2023): il ruolo e le trasformazioni di una vetrina internazionale attraverso la lente della critica.

Mettere in storia il Novecento. Una questione di storiografia teatrale

25 maggio 2021, ore 15,30

Lorenzo Mango (Università di Napoli “L’Orientale”)

Discussant Annamaria Sapienza

1 CFU

La storicizzazione del Novecento è una questione che tocca nel vivo gli studi teatrali. La questione della contemporaneità, intesa come luogo di scarti e discontinuità, va posta infatti in una prospettiva che disegni l’arco temporale come un sistema concettuale coerente. Non si tratta di ricomporre le fratture che sono state il segno distintivo del Novecento ma di disporle secondo uno sguardo in grado di creare elementi di tessitura. Con “mettere in storia” si intende proprio questo processo che riguarda prima ancora della realizzazione storica la prospettiva storiografica, il sistema di lettura attraverso cui i fatti si qualificano come tasselli di un discorso che produce identità. Costruire un percorso storico, infatti, significa postulare un’identità epocale come elemento aggregante in grado di significare o risignificare i fatti.

Nel caso del teatro questo processo è particolarmente complesso perché nel Novecento è stata rimessa in discussione dalle radici la definizione stessa di teatro e la sua consistenza materiale determinando dei territori ambigui e polisemici che hanno bisogno oggi, dopo essere stati elementi di discontinuità e di disturbo, di trovare una loro collocazione storica.

Parleremo, quindi, dei territori linguistici di confine come oggetto di storicizzazione; della costituzione dell’identità del Novecento teatrale come problema e di cosa considerare come inizio del secolo; della modificazione del concetto di scrittura.

Il processo storiografico non può, infatti, che seguire i processi di trasformazione linguistica del teatro novecentesco alla condizione di considerare quelli come un focus storico e non come un’eccedenza rispetto alla storia.

 

 

Lorenzo Mango è Professore di Storia del teatro moderno e contemporaneo all’Università di Napoli “L’Orientale”. Ha scritto Il Novecento del teatro. Una storia (2019); L’officina teorica di Edward Gordon Craig (2015); Il principe costante di Calderón de la Barca/Słowacki per Jerzy Grotowski, (2008); La scrittura scenica. Un codice e le sue pratiche nel teatro del Novecento, (2003); Alla scoperta di nuovi sensi. Il Tattilismo futurista, (2001 (anche e-book, 2015); Teatro di poesia. Saggio su Federico Tiezzi, (1994); La scena della perdita. Il teatro tra avanguardia e postavanguardia, (1987. E’ co-direttore di “Acting Archives Review. Rivista di studi sull’attore e la recitazione” www.actingarchives.it. E’ membro dell’Editorial Board della rivista “European Journal of Theatre and Performance”

Dottorandi XXXV ciclo: presentazione delle ricerche

26 maggio 2021, ore 10,30

Curriculum archeologia e sistemi territoriali

 

10,30 Daniele Bursich, Nuovi elementi d’indagine urbanistica per l’Acropoli di Selinunte

 

10,50 Colette Manciero, Organizzazione e trasformazione della Messarà occidentale di Creta tra età bizantina e veneziana

 

Curriculum storia dell’arte estetica e linguaggi dell’immagine

 

11,10 Gianpaolo Cacciottolo,  Curatela e curatori d’arte contemporanea: traiettorie italiane

 

11,30 Giuliano Colicino,“The engravers and market for prints in Viceroyalty of Naples (1656 – 1734)”

 

11,50 Matisse Huisken, Migrazioni in arte, critica e politica tra L’Italia e i Paesi Bassi, 1934-1969: Il caso di Fred Carasso

 

12,10  Cristian Holgado Ávila, dottorando Erasmus

Dottorandi XXXIV ciclo: presentazione delle ricerche

26 maggio 2021, ore 14.30

Curriculum archeologia e sistemi territoriali

 

14,30 Maria Antonietta Brandonisio, Da Madrid a Paestum: nuove tecnologie per la fruizione e valorizzazione della collezione archeologica di Paestum del Marchese di Salamanca

 

14,50 Lorenzo Fornaciari, Formazione – Trasformazione – Rappresentazione di un paesaggio urbano: le pendici settentrionali del Palatino e l’area delle Terme di Elagabalo

 

15,10 Dina Galdi, Produzioni anforarie bollate del Mediterraneo orientale (III-I sec. a.C.) in Italia

 

15, 30 Alexia Giglio, Riscoprire i beni culturali invisibili: le collezioni vascolari nei depositi dei Musei Campani

 

15, 50 Regina Klingraben, Lo sviluppo del Quartiere orientale di Velia nell’età romana

 

16,10 Anna Serra, Le sepolture infantili in Etruria Padana fra VI-III sec. a.C.

 

16, 30 Marianna Vigorito, RuralApp. Per una valorizzazione innovativa dei paesaggi rurali storici: il territorio del Sannio

 

Curriculum Storia dell’arte estetica e linguaggi dell’immagine

 

17,00 Dario Cantarella, Analisi delle modalità di intervento innovativo per la conoscenza del patrimonio museale attraverso la sperimentazione di nuove tecnologie in merito alle relazioni tra Napoli e Malta.

 

17, 20 Angelo Di Modica, Francesco Lo Savio. Esperienze pittoriche post-informali a Roma alla fine degli anni ’50

 

17, 40 Saverio Macrì, Individuazione, tecnica e interattività a partire da Gilbert Simondon

Per una storia dei mercati artistici nell’Europa preindustriale: un bilancio storiografico

27 maggio 2021, ore 10,00

Isabella Cecchini (Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, CNR)

discussant: Loredana Lorizzo

1 CFU

A quasi quarant’anni dall’uscita del volume di John Michael Montias Artists and Artisans in Delft. A Socio Economic Study of the Seventeenth Century si può tentare oggi un bilancio storiografico della storia dei mercati artistici dell’Europa preindustriale. Lo studio di Montias, uscito nel 1982, trasformò l’approccio allo studio dell’arte olandese attraverso una linea interpretativa innovativa che intrecciava la storia economica con la storia dell’arte e della cultura. Economista di formazione – come Richard Goldthwaite, a sua volta autore di uno studio sulla committenza architettonica a Firenze durante il Rinascimento e poi di un volume sullo sviluppo dei consumi in Italia uscito nello stesso periodo, entrambi divenuti dei classici – Montias segnò l’avvio di una fortunata stagione di ricerca che si proponeva di indagare i fatti economici sottesi allo sviluppo dei mercati artistici e dei fenomeni di committenza tra il Rinascimento e l’avvio della modernità.

In particolare, l’Italia ha offerto negli ultimi vent’anni nuove prospettive di ricerca. In questo campo gli studi di Isabella Cecchini si pongono come un punto fermo dal quale iniziare a ritessere il discorso storico critico, a partire dal suo fondamentale volume Quadri e commercio a Venezia durante il Seicento. Uno studio sul mercato dell’arte edito da Marsilio nel 2000, cui sono seguiti altri studi specifici. In questa sede si ripercorreranno le tappe salienti della storiografia sull’argomento cercando di approfondire i diversi approcci che hanno caratterizzato gli studi di economisti e storici dell’arte, alla continua ricerca di un incontro metodologico sul tema.

 

 

Isabella Cecchini è ricercatrice presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Consiglio Nazionale delle Ricerche, i suoi interessi si rivolgono alla storia dei mercati artistici e alla storia finanziaria, particolarmente nella Repubblica di Venezia di età moderna. Dopo il dottorato di ricerca in Storia economica e sociale conseguito presso l’Università Luigi Bocconi di Milano è stata assegnista in storia economica e docente di economia dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha partecipato a diversi progetti italiani e internazionali e nel 2018-2019 ha collaborato al progetto ERC PerformArt, incentrato sugli spettacoli nelle corti dell’aristocrazia romana in età moderna, indagando sui sistemi finanziari alla base dei consumi cospicui.

La Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli: architettura e significato da Costantino a Mehmed.

27 maggio 2021, h 15.30

Mark J. Johnson (Università di Brigham Young, Provo, Utah, USA)

discussant Francesca Dell’Acqua

1 CFU

La chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, costruita da Costantino intorno al 335 d.C.  e rifatta da Giustiniano verso il 550 d.C, era una delle più importanti chiese della tarda antichità e del periodo bizantino. Domande importanti riguardo la sua forma originale e il suo significato sono state e rimangono oggetto di discussione. La relazione propone una nuova interpretazione della chiesa originale e della sua importanza fino alla sua distruzione sotto Mehmed I intorno al 1462.

 

Mark J. Johnson è Professore di Storia dell’Arte Antica e Medievale all’Università di Brigham Young a Provo, Utah, USA. È l’autore di The Roman Imperial Mausoleum in Late Antiquity (Cambridge 2009), The Byzantine Churches of Sardinia (Weisbaden 2013), e San Vitale in Ravenna and Octagonal Churches in Late Antiquity (Weisbaden 2018) e studi vari sull’arte e architettura della tarda antichità e l’Italia normanna.

Picasso e il Minotauro: metamorfosi di un mito greco nel ventesimo secolo

27 aprile 2021, ore 10,00

Clemente Marconi (New York University e Università Statale di Milano)

Discussant Fausto Longo e Stefania Zuliani (Università di Salerno)

1 CFU

Il tema di questo seminario è parte di un progetto più ampio dedicato alla ricezione dell’arte e del mito greco da parte di una serie di artisti del ventesimo secolo. In particolare, questo seminario è dedicato all’opera di Pablo Picasso e al suo rapporto creativo con la mitologia greca e romana. La prima parte del seminario esamina il rapporto di Picasso con l’arte greca e romana, inclusi la sua formazione artistica in Spagna, i suoi primi anni come artista modernista a Parigi, il suo “secondo periodo classico” del 1917-1925, e la sua opera grafica degli anni ’30, particolarmente la Suite Vollard. Dopo questa introduzione, segue un esame sistematico dell’opera grafica di Picasso dedicata al tema del Minotauro, un mito oggetto di numerose rappresentazioni nell’arte antica e nella prima età moderna. In particolare, il seminario analizzerà tre opere: la copertina della rivista surrealista Minotauro, la serie dedicata al tema del Minotauro nella Suite Vollard, e infine la Minotauromachia, un’incisione che rappresenta una delle opere più impegnative del filone classicista di Picasso. Al centro dell’analisi sono non solo le diverse opere e la loro interpretazione, ma anche le fonti di ispirazione, compresi il particolare interesse della cultura europea al principio del ventesimo secolo per Creta e la civiltà minoica, grazie alle scoperte di Sir Arthur Evans, e l’interesse personale di Picasso per i tratti umani, troppo umani, del Minotauro.

Monumento delle Fosse Ardeatine (1944-1951): un’architettura per la memoria.

27 aprile 2021, ore 15,30

Claudia Conforti (Storica dell’architettura, già Università Roma Tor Vergata)

Discussant Adriano Amendola, Stefania Zuliani

1 CFU

La rappresaglia  del comandante nazista Herbert Kappler per la morte in un attentato di 33 militari tedeschi (23 marzo 1944), sacrificò (24 marzo 1944) la vita di 335 innocenti, dieci per ogni soldato più cinque.  L’eccidio fu all’origine del primo concorso di architettura dell’Italia libera. Fucilate nella cave di pozzolana sulla via Ardeatina, le vittime, di cui i nazisti nascosero sia la morte che l’identità, furono ammassate e poi sepolte sotto i detriti delle cave, fatte saltare per ostruirne gli accessi. Nel giugno del 1944, a Roma appena liberata, fu nominata una commissione per la costruzione di un sacrario che riscattasse lo sprezzante anonimato decretato dai nazisti e onorasse le vittime come martiri della riconquistata libertà nazionale. Il bando di concorso  (15 gennaio 1945), raccomanda di conservare “l’austerità e l’impressionante aspetto delle Cave”, riscattando con la bellezza dell’architettura l’orrore dell’eccidio e rendendo solenne e pubblico il luogo del vile occultamento. Il concorso selezionò quattro progetti sugli undici pervenuti, infine il verdetto, (2 settembre 1946) premiò ex aequo due progetti: RISORGERE, di Mario Fiorentino con Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli e lo scultore Francesco Coccia, e U.G.A di Giuseppe Perugini con lo scultore Mirko Basaldella. I due gruppi sono composti da giovanissimi laureati della recente Facoltà di architettura di Roma (tranne Coccia). L’assegnazione di un incarico così rilevante ai due gruppi di esordienti, associati nel progetto definitivo, è un coraggioso azzardo, che ben si accorda al particolare momento storico. Forse non è irrilevante che, per la prima volta da decenni, non sia Marcello Piacentini ad arbitrare un’azione architettonica di portata nazionale. Se Manfredo Tafuri vedrà nel sacrario romano “una riflessione conclusiva sul passato”, Kidder Smith, tra i primi a coglierne l’eccezionalità, concluderà le penetranti riflessioni sull’architettura italiana del dopoguerra, riconoscendo “the Fosse Ardeatina among the great designs”.

Immagini e testi letterari: un rapporto non lineare

28 aprile 2021, ore 15,30

Angela Pontrandolfo (Professoressa emerita, Università di Salerno)

Discussant Luca Cerchiai (Università di Salerno)

1 CFU

L’interpretazione delle immagini, in particolare a soggetto mitico o tragico, spesso pone il problema di sostanziare il loro contenuto con notizie ricavate dalle fonti scritte. Ma tale rapporto non è meccanico e ci obbliga a indagare nella piena autonomia delle due serie documentarie. In questa prospettiva verranno presentate tre esemplificazioni che approdano a tre diverse soluzioni aperte a discussioni sul metodo e sui contenuti interpretativi proposti.

Dal mostro al principe. Alle origini di Roma

29 aprile 2021, ore 15,30

Andrea Carandini (professore Emerito Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e Presidente del FAI)

Paolo Carafa (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

 

con un intervento di Mattia Ippoliti (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

Tra il Tevere e la via Appia. Caratteri e sviluppo di un paesaggio suburbano di Roma antica

Discussant Mauro Menichetti (Università di Salerno)

 

1 CFU

Il   monte Germalus, che occupava la piccola parte del Palatino (31 ettari) che si affacciava sul Tevere, è un luogo strettamente connesso alla nascita di Roma. Vi si annidano i misteri delle origini della città, prima come villaggio dei Velienes (un popolo dei Latini), poi come il centro “proto-urbano” del Septimontium e infine come urbs Roma.  Metà di questo monte è rimasto un luogo di culti e di memorie, l’unico che i palazzi dei principi hanno risparmiato. L’altra metà è stata occupata dal primo palazzo di Augusto, mitico figlio di Apollo – come Romolo lo era stato di Marte -, che ha rifondano la città nella casa-santuario da cui governava l’Impero come principe e pontefice massimo.Il Germalus andava nuovamente e sistematicamente indagato. Lo hanno fatto per la metà sacrale e memoriale Carafa, professore ordinario di Archeologia Classica,e per la metà palaziale Ippoliti, Dottore di Ricerca in Archeologia Classica alla Sapienza – Università di Roma e coordinatore dello scavo delle pendici meridionali del Palatino – Carafa ha ritrovato l’altare  e il penetrale di Pales, ha ristudiato i templi di altri culti femminili e ha inseguito le capanne prima di un capo locale, come Faustolo,  e poi di un primo re della città, come Romolo: una  capanna del 750 a.C. circa venerata  fino alla fine del VI secolo a.C. e da allora riproposta  per la durata di un millennio  appena dislocata, eppure sempre in rapporto con la fossa  dove Roma era stata fondata  nascondendovi  terre diverse e le loro primizie.- Ippoliti  ha riesaminato il palazzo di Augusto, rianalizzandolo dalle fondamenta e proponendo una sua ricostruzione per fasi per vari aspetti nuova. –  Carandini ha ripensato alle diverse fondazioni dell’abitato sul Tevere in un racconto mitico, sacrale, rituale e storico che svela il significato più profondo di questo luogo di Roma, non adeguatamente messo in valore, in un racconto che si rivolge a un’epoca che tutto dimentica, mentre Roma si preoccupava di fondare e durare, innovando nel conservare.

“…ad discrimen Ionii et Hadriatici maris…” (Plinio, N.H., III, 11, 100-101)
Mito, arte e potere nell’Athenaion di Castro

24 marzo 2021, ore 10,30

Francesco D’Andria, Università del Salento

Discussant Fausto Longo

1 CFU

Ricerche iniziate nel 2000 hanno permesso di identificare a Castro, nell’estrema parte della Penisola Salentina, il celebre santuario di Atena, ricordato da Strabone per la sua ricchezza e descritto da Virgilio (Eneide III, 506-546), nella narrazione del primo approdo di Enea sulle coste dell’Italia.

Gli scavi hanno portato alla luce vari elementi del santuario (altare, muri di terrazzamento, elementi architettonici); all’interno della “colmata”, realizzata dai Romani tra 180 e 170 a.C. per ampliare la linea delle fortificazione, sono stati rinvenuti i materiali votivi dell’Athenaion, utilizzati come riempimento, e significativi elementi dell’arredo scultoreo, ritualmente sepolti nella fase di sconsacrazione del Santuario. Tra le sculture in calcare (“pietra leccese”) si distinguono la statua di culto di Atena (alta circa m 3,20) e le balaustre di una recinzione, di notevoli dimensioni (alt. m 1,35): questi straordinari ritrovamenti sono da attribuire a maestranze tarentine e forniscono nuovi elementi di valutazione non soltanto sulla cronologia dell’arte italiota, ma anche sull’origine dei girali abitati (peopled scrolls), uno dei temi più diffusi nella storia dell’arte greca e romana.

Il contesto archeologico ed i ritrovamenti epigrafici propongono infine il tema della funzione dell’Athenaion all’interno del sistema insediativo messapico, in una complessa interazione con i Greci di Taranto e dell’opposta sponda balcanica.

Archeologia: dalla ricerca alla pianificazione territoriale

24 marzo 2021, ore 15,30

Gert-Ian Burgers, Vrije Universiteit Amsterdam

Discussant Alfonso Santoriello

1 CFU

Gert-Ian Burgers, docente alla Vrije Universiteit di Amsterdam,  presenterà il progetto HERILAND, una rete paneuropea di ricerca e formazione su archeologia e patrimonio culturale in relazione alla pianificazione e al design del territorio. L’obiettivo del progetto HERILAND, finanziato dall’Unione Europea, è di esplorare concetti, strumenti e procedure di valorizzazione in una serie di contesti laboratoriali europei, sia urbani che rurali.  Nell’ambito della conferenza saranno  presentati  in particolare due di questi laboratori: il quartiere Testaccio, a Roma, e l’Ecomuseo della Via Appia, nella provincia di Brindisi.

Scoprire e mostrare l’Oriente: arte islamica in Italia tra fascinazione e studi, dall’Ottocento al post-colonialismo

25 marzo 2021, ore 10,30

Silvia Armando, John Cabot University, Roma

Discussant Francesca Dell’Acqua

1 CFU

La scoperta dell’arte islamica in Italia è un processo graduale e articolato. Alla precoce e generica curiosità per gli oggetti esotici presto si accosta un approccio più storico e sistematico; l’attrazione verso un “Oriente” lontano convive d’altro canto con la ricerca delle tracce lasciate dalla cultura islamica sul territorio italiano nel corso dei secoli. Attraverso l’analisi di alcuni casi studio – grandi Esposizioni, musei nazionali, collezionisti ed eminenti studiosi – si intende delineare con sguardo ampio uno scenario che individua come poli concettuali la fascinazione e il gusto popolare da un lato, la nascita della disciplina e gli studi accademici dall’altro. Si tratta di itinerari paralleli, di mondi separati? Infine, come si intreccia il complesso fenomeno di definizione, narrazione ed esibizione dell’arte islamica con il percorso di creazione di un’identità nazionale avviato in quegli anni, ma anche con la determinazione del sé attraverso la rappresentazione dell’altro legata al lungo momento coloniale?

La curatela ai tempi del Coronavirus #2

29 marzo 2021, ore 15,30

Eugenio Viola (Museo d’Arte Moderna di Bogotà – MAMBO)
Discussant Stefania Zuliani

1 CFU

Il Museo di Arte Moderna di Bogotá – MAMBO è una delle principali istituzioni colombiane, fondata nel 1953 dalla critica d’arte argentina Marta Traba. L’attuale edificio, situato nel centro di Bogotá, è stato progettato nel 1985 dal famoso architetto modernista colombiano Rogelio Salmona. Il Museo si sviluppa su una superficie di oltre 5000 metri quadrati distribuiti su quattro piani, un patio con sculture, un auditorium e una biblioteca con più di 4500 volumi. MAMBO è un’istituzione multiculturale e dinamica, la cui collezione comprende più di 4700 opere d’arte. Eugenio Viola, che del MAMBO è curatore capo, proporrà una riflessione sulle attività del museo con particolare attenzione agli sviluppi più recenti legati alle condizioni dettate dall’emergenza sanitaria.

Eugenio Viola, dottore di ricerca in Metodi e Metodologie della ricerca archeologica e storico artistica, è l’attuale Curatore Capo del Museo d’Arte Moderna di Bogotà – MAMBO. Dal 2017 al 2019 è stato Senior Curator del Perth Institute of Contemporary Arts – PICA, in Western Australia. Dal 2009 al 2016 ha ricoperto incarichi di curatore al MADRE, Museo d’Arte Contemporanea di Napoli, dove si è anche occupato della ricerca e sviluppo della collezione del museo.

L’antica porta dell’Abbazia di Saint-Andoche a Autun e le sue trasformazioni medievali. Analisi e metodi

Lunedì 22 febbraio 2021, ore 10,30

Sylvie Balcon (Università Sorbonne–Paris IV)

Discussant Francesca Dell’Acqua (Università di Salerno)

1 CFU

Dal 2015 l’università della Sorbona dispone di una piattaforma digitale, PLEMO 3D, che permette di usare la laser- grammetria e la fotogrammetria. Il sito, corrispondente all’antica porta di Saint Andoche, nonché una cripta carolingia legata a un monastero femminile, sempre ad Autun, in Borgogna, sono servite a sperimentare queste tecnologie digitali nel quadro dell’archeologia dell’architettura. E’ stata sviluppata una metodologia per la registrazione e lo studio dei prospetti. La prospezione geofisica e il LiDAR sono stati anche usati per avere un approccio completo agli edifici. La lezione si propone di presentare questo protocollo, i suoi metodi, e i risultati dello studio archeologico.

Il profumo della pantera. Prospettive di ricerca e suggestioni per un’archeologia sensoriale

Martedì 23 febbraio 2021, ore 15,30

Claudia Lambrugo (Università degli Studi di Milano Statale)

Discussant Mauro Menichetti (Università di Salerno)

1 CFU

Il titolo del seminario riecheggia volutamente quello di un celebre saggio di Marcel Detienne (Dioniso e la pantera profumata), ma si muove verso obiettivi differenti. È infatti una sfida molto recente quella intrapresa da archeologi e studiosi del mondo antico sull’impatto e la centralità dell’esperienza sensoriale, nella fattispecie della percezione degli odori, nell’ambito rituale, sia sacro, che funerario. Il buon odore, in greco eÙwd∂a, non solo è marca identitaria divina e inconfondibile indizio sensoriale dell’epifania di un dio, soprattutto in riferimento a divinità femminili, ma è anche uno straordinario strumento di empatia, che facilita su un piano verticale la comunicazione tra mortali e immortali, su quello orizzontale l’avvicinamento e l’unione tra i sessi. È questo il potere seduttivo ed erotico delle fragranze profumate; è così che la pantera caccia le sue prede: semplicemente attirandole con un irresistibile profumo. Del complesso statuto culturale del profumo nel mondo greco sarà forse necessario tenere conto anche per una piena comprensione di categorie di manufatti, quali i numerosissimi unguentari prodotti a Corinto tra VII e VI secolo a.C., di cui solo di recente si è cominciato a meglio comprendere anche il decoro figurato: siamo proprio sicuri che le apparentemente monotone sequenze animalistiche siano state dipinte solo per ornare una superficie, senza tenere conto di quale sarebbe stata la funzione del recipiente?

Matteo di Capua, patrono delle arti e delle lettere a Napoli, tra Cinquecento e Seicento

Mercoledì 24 febbraio 2021, ore 15,30

Andrea Zezza (Università della Campania)

Discussant: Donato Salvatore (Università di Salerno)

Italo Iasiello (Università degli Studi di Napoli Federico II)

1 CFU

Al passaggio tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento alla crisi sociale e politica del Regno meridionale corrispose un grande fermento di idee e una straordinaria fioritura filosofica, letteraria e artistica. Le corti signorili rivestirono una notevole importanza per la vita culturale di una città in cui studiarono, vissero, lavorarono Torquato Tasso, Giovan Battista Della Porta, Tommaso Campanella, Giovan Battista Marino, Michelangelo da Caravaggio. Tra tali corti spicca quella riunita intorno a Matteo di Capua (1568-1607), conte di Palena e secondo principe di Conca, Grande Ammiraglio del Regno di Napoli, il più munifico patrono delle arti e delle lettere a Napoli al passaggio tra Cinque e Seicento. Al servizio del Principe Grande Ammiraglio furono il maturo Tasso e il giovane Marino, insieme a uno stuolo di artisti, letterati, artigiani, scienziati e uomini di cultura. Nel palazzo napoletano del principe ebbero luogo le conversazioni che portarono al processo per eresia del celebre matematico Colantonio Stigliola, il suo nome e la sua biblioteca si trovano citati negli atti del processo a Campanella, per stimare le sue raccolte si tentò di utilizzare Michelangelo da Caravaggio. La villa di Vico Equense, divenne nelle mani di Matteo una straordinaria ‘delizia’ degna di un principe regnante e fece rivivere il modello delle ville dell’antichità romana e delle gallerie celebrate dal Plinio, Stazio, Filostrato. Andrea Zezza ha coordinato un gruppo di ricerca composta da studiosi di diversa formazione che ha indagato in modo intrecciato la vicenda del principe, della sua famiglia, delle sue residenze di Conca, Caiazzo, Napoli e Vico Equense e delle sue raccolte e l’opera dei letterati e degli artisti che gravitarono dentro e intorno a quella corte.

I Cardinali nella prima età moderna: dalla prima storiografia alla global history

Giovedì 25 febbraio 2021, ore 10,30

Maria Giulia Aurigemma (Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara)

Fabrizio d’Avenia (Università di Palermo)

Discussant: Loredana Lorizzo (Università di Salerno), Arnold Witte (University of Amsterdam)

1 CFU

Edito per i tipi della prestigiosa collana Brill’s Companion to, The Christian tradition, il volume A Companion to the Early Modern Cardinal curato da Mary Hollingsworth, Miles Pattenden e Arnold Witte, offre agli studiosi la prima ricostruzione del ruolo svolto dai cardinali nell’Italia di Antico Regime. Il ruolo politico di queste figure a cardine della Chiesa, che demanda loro il compito di eleggere il pontefice, si lega nel lungo lasso temporale tra Quattrocento e Ottocento ad altre funzioni. I cardinali sono pastori, inquisitori, diplomatici, burocrati, statisti, santi; imprenditori e investitori; mecenati delle arti, della musica, della letteratura e della scienza. Nel volume trentacinque saggi spiegano il loro background sociale, le posizioni, gli incarichi svolti a Roma e altrove, e il significato assunto nella società, indagandone le figure da una prospettiva non solo europea ma globale. Partendo da questo testo, Maria Giulia Aurigemma, Fabrizio d’Avenia e Loredana Lorizzo ne discutono con il curatore Arnold Witte  riflettendo su alcuni casi studio e sul significato della rilettura della storiografia sui cardinali, personalità chiave al vertice del potere ecclesiastico, attraverso i quali si possono indagare infiniti aspetti della cultura in età moderna.

 

Maria Giulia Aurigemma insegna Storia dell’arte moderna presso l’Università G.D’Annunzio di Chieti-Pescara. I suoi campi di ricerca spaziano dal Medioevo al moderno, alla storia della critica d’arte. Ha studiato importanti figure cardinalizie tra Quattrocento e Seicento e le loro residenze romane, come Palazzo Firenze in Campo Marzio cui ha dedicato una monografia.

Fabrizio d’Avenia è docente di Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università di Palermo. Ha ampiamente pubblicato su diversi aspetti della storia moderna e dell’organizzazione ecclesiastica in Sicilia e sui ruoli svolti dai cardinali in ambiti religiosi e secolari, come nel suo La Chiesa del re. Monarchia e Papato nella Sicilia spagnola (secc. XVI-XVII), nel 2015.

Spolia antichi a Venezia: indagini recenti

Giovedì 25 febbraio 2021, ore 15,30

Luigi Sperti (Università Ca’ Foscari, Venezia)

Discussant Mauro Menichetti

1 CFU

Il tema del reimpiego di scultura greca, romana e bizantina a Venezia ha avuto in questi ultimi anni una inusuale fortuna, testimoniata da una serie di iniziative dedicate sia al fenomeno in generale e alle problematiche storiche, archeologiche e culturali ad esso legate, sia a casi specifici. In questo intervento verranno presi in considerazione tre ambiti, tra loro connessi: l’area marciana, con alcuni dei monumenti più noti come il Todaro e il Leone posti sulle colonne della Piazzetta, e il gruppo dei Tetrarchi; un’acquisizione recente, l’uso di spolia bizantini nelle chiese gotiche; e infine il reimpiego di antichità in contesti privati. Si parlerà dunque del centro del potere, caratterizzato da reimpieghi carichi di valori ideologici forti; di due dei maggiori poli del potere ecclesiastico, le chiese dei Frari e dei SS. Giovanni e Paolo; e infine dei palazzi dei nobili, che nell’esposizione di marmi antichi emulano gli arredi monumentali degli spazi pubblici.

La Grecia dei Romantici in Germania. Alcuni spunti per una riflessione

Lunedì 25 gennaio, ore 10,30

Giampiero Moretti (Università degli Studi di Napoli L’Orientale)

Discussant Pina De Luca

1 CFU

La conversazione verterà principalmente sui seguenti punti:

-Tra Klassik, Sturm und Drang e Idealismo

-Idealismo e Romanticismo

-Hölderlin come paradigma di un rapporto della Germania con la Grecia

“I mondi senza vento che respirano quieti nei musei”. Antonella Anedda, l’immagine e il suo fantasma

Martedì 26 gennaio 2021 ore 10,30

Riccardo Donati (Università di Salerno)

discussant Stefania Zuliani (Università di Salerno)

1 CFU

Antonella Anedda, di formazione storica dell’arte, è oggi forse la scrittrice italiana che in assoluto intrattiene i legami più stretti con la cultura visuale. L’immagine è per lei un oggetto che acquista valore in virtù della sua capacità di rifrangersi nella coscienza: qualcosa di simile a ciò che accade, per parafrasare Erwin Panofsky, quando incrociamo lo sguardo d’un passante o d’un conoscente, magari senza scambiar parola, ma conservando a lungo negli occhi e nella mente risonanza di quell’incontro. L’opera d’arte funziona insomma nei suoi testi come camera d’echi, dispositivo di accrescimento della dicibilità dell’esperienza del reale. Riccardo Donati, docente di Letteratura italiana all’università di Salerno e autore, tra l’altro, del recente Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda (Carocci, 2020), prenderà in esame il lavoro di Anedda per riflettere su come una poetessa dei nostri giorni scriva d’arte e rielabori i fatti dell’arte nei propri lavori letterari, a partire da un libro in tal senso esemplare: La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (2009).

Unisa per il giorno della memoria 2021

27 gennaio 2021  ore 10

Il dottorato MeM aderisce alla maratona web promossa dall’ateneo salernitano in occasione del giorno della memoria

1 CFU

Mercoledì 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria 2021, un fondamentale e significativo appuntamento cui l’Ateneo risponderà come sempre promuovendo iniziative ed eventi congiunti. In un’ottica di partecipazione multidisciplinare e collettiva, la Giornata della Memoria 2021 promossa dall’Università di Salerno sarà configurata quest’anno come un progetto corale, che convoglierà in un unico “palinsesto” le diverse iniziative curate dai Dipartimenti UNISA.

A partire dalle ore 10.00 del 27 gennaio si aprirà una vera maratona web “in onda” sui canali social istituzionali di Ateneo (FacebookYouTube e Twitter), per dare spazio e voce al contributo delle diverse aree scientifiche e disciplinari dell’Università di Salerno. Il format “UNISA per la Giornata della Memoria 2021” raccoglierà tutti i contenuti che i Dipartimenti sceglieranno di dedicare alla celebrazione e alla riflessione sulla Shoah e sul valore della memoria collettiva e delle memorie individuali.
Attraverso racconti, talk, video o interviste, la maratona avrà l’obiettivo di dare alle nuove generazioni la possibilità di ripensare e costruire contenuti sempre nuovi e capaci di stimolare pensiero e riflessione critica sul valore della “memoria culturale” che la nostra società continuamente interpreta e rielabora.

Le banche dati per la ricerca di ambito umanistico

Giovedì 28 gennaio 2021 ore 10

Maria Senatore (Università di Salerno – Centro Bibliotecario di Ateneo)

In collaborazione con la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici – Unisa

1 CFU

La lezione, che conferma la consolidata collaborazione tra il dottorato e la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Salerno, proporrà ai dottorandi una ricognizione sulle risorse digitali per la ricerca messe a disposizione dall’ateneo salernitano. Banche dati accessibili in rete il cui utilizzo è divenuto ancor più  necessario a causa dall’emergenza sanitaria in corso.

Prove di curatela al tempo del coronavirus

Giovedì 28 gennaio 2021, ore 15,30

Luigia Lonardelli (MAXXI- Museo delle arti del XXI secolo, Roma)

Discussant Stefania Zuliani (Università di Salerno)

1 CFU

La pratica quotidiana del processo espositivo è stata profondamente messa in crisi dalla situazione pandemica, la performatività delle mostre così come quella delle opere è stata ripensata, la relazione con il pubblico e la sua interazione è in evoluzione in un quadro tuttora in divenire. La curatela sta rispondendo con tentativi che cercano di coniugare insieme teorie e metodi di lavoro più tradizionali con le nuove esigenze e i nuovi strumenti, senza rinunciare, ma anzi rafforzando, la promessa di profezia indissolubilmente legata alla missione di un museo che racconta il futuro.

Luigia Lonardelli (Bari, 1982) ha collaborato con la Direzione per l’Arte Contemporanea seguendo i lavori preparatori all’apertura del MAXXI dove ha iniziato a lavorare nel 2010 occupandosi di ricerca. Dal 2011 lavora al dipartimento curatoriale del museo curando fra le altre le mostre dedicate a Marisa Merz, Alighiero Boetti e Maria Lai. Ha cocurato la XVI Quadriennale d’Arte di Roma, è stata consulente disciplinare per l’arte dell’ultima appendice dell’Enciclopedia Treccani e fa parte del comitato scientifico della Fondazione Maria Lai.

La storia culturale tra Huizinga, Baxandall e Haskell

Venerdì 29 gennaio 2021, ore 10,30

Seminario letture

a cura di Francesca Dell’Acqua e Antonella Trotta

1 CFU

Sin da quando Johan Huizinga scrisse nel 1926, da storico, Lo scopo della Storia culturale – che partiva da un omaggio critico a Burckhardt sul Rinascimento italiano – questo approccio non è stato il più frequentato  dagli storici dell’arte. Eppure l’interesse per le attitudini collettive, le forme di pensiero e del sentire comune, per il bagaglio mentale di intere classi sociali, espressi attraverso simboli e forme, emerge chiaramente in un influente lavoro di Michael Baxandall del 1972 sul Rinascimento pittorico italiano. A qualche anno di distanza, Francis Haskell recupera Huizinga nel suo importante History and its Images (1995) definendolo un imprescindibile “pattern maker” nella storia della cultura. Il seminario tratterà anche della ricezione di questi studiosi nel panorama italiano.